NIENTE ARMI AI MERCANTI DI MORTE

 

“RISPETTATE QUELLA LEGGE”, NIENTE ARMI AI MERCANTI DI MORTE

Don Ciotti, l’anima del Gruppo Abele, di Libera, ha voluto dirlo e ribadirlo di fronte alla platea della 23.a Marcia per la Giustizia Agliana Quarrata. Il suo è stato un vero e proprio grido, ma anche un appello accorato a cessare la vendita di armi che uccidono le persone ed umiliano le coscienze. Il suo è stato un richiamo a contrastare quei mali del mondo che

ciottidipendono anche da noi. Si, perché adesso ci ritroviamo ad essere, per colpa di pochi, un popolo di mercanti di armi, di morte. Infatti l’Italia si ritrova all’ottavo posto tra chi esporta strumenti di morte e si annovera tra i propri migliori clienti gli Emirati, l’India e la Turchia. Inoltre è anche uno dei paesi europei che nel quinquennio 2011-2015 ha incrementato al massimo questo export: ben il 48% in più. Ma la crescita più importante è quella con l’Africa , +19% e con il Medio Oriente, +61. Numeri che fanno sorridere anche i nostri governanti sempre alla ricerca di note positive in un manifatturiero sempre depresso. Un tempo ormai lontano, ben ventisei anni fa, la consapevolezza che sarebbero stati utili controlli e trasparenza, avevano convinto la politica della necessità di una legge apposita per vigilare. Per impedire di alimentate la morte ed il terrore. Adesso quella legge è fra le più disattese, ci fa vergognare per un primato davvero poco onorevole. Si tratta della 185/90 del 9 luglio 1990, sul controllo delle armi, una legge che appunto da ventisei anni a questa parte, malgrado diversi rimaneggiamenti, vieta l’esportazione di armi in paesi in cui è in corso un conflitto armato. E che viene disattesa. Sì perché il manifatturiero che si muove nel nostro Paese, intorno a questo settore, cresce, crea occupazione. Ottiene riconoscimenti ovunque per la qualità e l’affidabilità. Permette di fare business. Viene apprezzato in ogni dove, senza alcuna discriminazione. Viene quasi da rammentare, con “dispiacere” che quella inutile legge impone di “consumare” tante energie per essere aggirata. Costringe a compiere inutili triangolazioni prima di arrivare agli utilizzatori. Fa pagare tante tangenti prima che si vadano ad aprire tutte le porte. Ma costringe anche a far riempire montagne di pratiche, di fogli, per aggirare le norme, con qualche cavillo e qualche bravo esperto in diritto e commercio internazionale. Sì perché l’Italia vende pistole e fucili in 123 paesi al mondo per oltre 54 miliardi di euro di autorizzazioni e 36 miliardi di controvalore per effettive consegne di sistemi d’arma. L’inutile legge 185/90 prevede non solo il divieto di esportazione di armamenti verso paesi in guerra ma anche verso paesi in cui sono violati i diritti umani. Nei primi anni di applicazione i principi innovativi della legge e il controllo, in pratica per salvare le apparenze, avevano costretto ad esercitare un controllo tramite il lavoro di verifica del parlamento. Ma tutto questo virtuosismo, oggi, si basa sulla lettura di fogli, contratti e timbri, senza la minima indagine che permetta di capire chi possano essere i veri destinatari della “merce”. E lo stuolo dei controllori si accontenta di poco per mettere a posto la coscienza. Dimenticando che conoscere i veri destinatari di quelle armi dovrebbe essere anche una questione di sicurezza interna e contrasto al terrorismo. Ma i numeri non mentono: l’Italia vende armi soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica, regioni tra le più turbolente, mentre le autorizzazioni del parlamento sono aumentate. Cosi esportiamo pistole, fucili, carabine italiane, quando va bene negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania ma anche in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, Turchia, in Malesia, Algeria, India, Pakistan. Mondi facilmente assimilabili al terrorismo internazionale, ai fantasmi dello stato islamico. Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo, ebbe a dire lo scorso anno: “La nostra legge nata in modo egregio e che ha ispirato la legislazione internazionale è stata applicata nel modo peggiore”. Occorrerebbe la trasparenza dei documenti, ma pare proprio che l’esportazione delle armi, ben condotta dalle potentissime lobby del settore, faccia corsa per conto proprio. Lasciando la sensazione, la certezza che dietro le nebbie del commercio si celino affari loschi.

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